Senatore della Repubblica XVII Legislatura

fiumefreddo bruzio

il castello feudale
di franco del buono

Fiumefreddo Fiumefreddo

Fiumefreddo, ricaduta sotto il potere dei Longobardi di Benevento, rappresentò, prima dell'avvento dei Normanni, l'estremo limite del principato longobardo di Salerno, il quale includeva, a mezzogiorno, il Bruzio settentrionale. Esso corrispondeva a quasi tutta l'attuale provincia di Cosenza: a sud di Fiumefreddo erano segnati i confini con Amantea, sulla quale si estendeva l'influenza dell'ellenismo bizantino.

Nel 1054, il paese fu espugnato da Roberto il Guiscardo, il quale vi lasciò un presidio proseguendo la sua marcia verso la parte meridionale della Calabria. Il Normanno, indicando la terra di Fiumefreddo come luogo adatto alla sua strategia, provvide a farla fortificare. Con la cinta muraria sorgeva anche il fortilizio (torre normanna); da esso il paese venne detto Castelfreddo, come si riscontra nelle carte dell'epoca. L'arioso maniero, in tempi successivi, doveva essere reso stupendo per farne la residenza preferita dei signori del Marchesato della Valle.

Il castello è situato nella parte alta del paese (sud-est), e nel sito inespugnabile per gli strapiombi naturali del vallone Scuro. Un recinto in pietra lo divideva dal centro abitato. Un ponte levatoio ' vi dava l'accesso da settentrione. il bel portale cinquecentesco dava nell'andito che proseguiva a sinistra per collegarsi con la scala a chiocciola conducente ai piani superiori, a destra, dove sorgeva l'abitazione del feudatario, con la deliziosa prospettiva del mare. Tuttora si osservavano i resti di due torri circolari, che, nel '500 ' sostituirono quelle quadrate di fattura sveva. Sulle pareti delle sale rovinate si conserva l'intonaco originario. Poche sale conservano il pavimento; ad esse sobri elementi decorativi conferivano distinzione. Per lo stato di abbandono, minaccia di rovinare la residua sezione del complesso che guarda a mezzogiorno. Sulla facciata resistono alcune belle finestre in tufo lavorato. 1 sotterranei sono, in gran parte, recuperabili, mentre l'intemo è un cumulo di rovine. A tale stato il Castello fu ridotto durante l'occupazione napoleonica per sottomet tere gli insorti partigiani dei Borboni. Infatti, tra le sue mura, si rifugiarono le residue masse borboniche, comandate dal Preside della Provincia, Giovan Battista de Micheli da Longobardi. Questi si preparava a sostenere l'ultimo, disperato tentativo di difesa, allorché, caduta Amantea, il generale Reynier, l'8 febbraio 1807, sostenuto anche da una compagnia civica del luogo, organizzata da giovani delle famiglie Zupi, Santanna e de' Morelli, ordinò al colonnello Berthelot d'espugnare il castello di Fiumefreddo. Correva il 12 febbraio quando il forte venne bersagliato con due pezzi d'artiglieria e fu aperta subito una breccia praticabile; ma la turba degli assediati non attese l'assalto e si ammutinò, aprendo le porte al nemico.

La vendetta non si fece attendere: si desume dall'annuncio della caduta di Fiumefreddo dato da Reynier a Giuseppe Bonaparte, re di Napoli:

"Cosenza 13 fevrier 1807 A Sa Majesté le Gal Reynier. La cháteau de Fiume Freddo sest rendu a discretion apres quelques coup de lapíece de 12 que j'avais fait conduire. On afait d'abord sortir les femmes et les enfants au nombre de 2000, les bommes ont été en suite examinés. Les chefs, au nombre desquels sont Micheli, soit disant Preside, le curé de Fiume Freddo, lesindac et plusicurs autres, en tout 25, ont été sur le camp fusillés, les autres ont été renvoyés chez eux comme amnistiées".

E con l'ordine di Napoleone, dato agli invasori di distruggerlo, anche il castello subì la sua condanna, colpevole solo di avere offerto il sostegno ad azioni di rivolta.

Si concludeva, così, la parabola discendente della feudalità: il castello ("la paura lo eresse", ma poi fu fiorente di vita sociale), evoca, oggi, dopo un lungo abbandono, quanto di più melanconico possono suggerire le rovine del passato. Questa è la sua cronologia essenziale: la terra di Fiumefreddo, nel 1058, trasferita dal Guiscardo al possesso del fratello Ruggero il Normanno, costituì parte della dote della figlia Flandina, che andò sposa ad Enrico del Vasto di Savona.

Nel 1098 n'ebbe l'autorità feudale Simone de Mamistra, cui la regina Costanza, vedova di Enrico VI, aveva affidato il governo della Val di Crati. A lui successe, nel 1269, Giovanni de Flenìs, cavaliere francese al seguito di Carlo 1 d'Angiò.

Nel 1284, durante la guerra del Vespro, Giovanni Alliata, con la sua proditoria fuga in Sicilia, perse il feudo, ed a lui si avvicendò, nel 1291, Guglielmo Selavello. Morana Sclavello, nel 1337, vendette la baronia a Pietro Salvacossa, conte di Belmonte.

Nel 1405, troviamo Pier Paolo da Viterbo, signore di Fiumefreddo, maresciallo del regno per Ladislao d'Angiò Durazzo.

Sotto Alfonso d'Aragona, nel 1443, resse le sorti del feudo Battista Caracciolo, conte di Gerace, ma all'erede Tommaso furono confiscati i beni per violenze e soprusi. Nel 1457, Ferdinando d'Aragona, duca di Calabria, assegnò a Luca Sanseverino, principe di Bisignano, il feudo tolto al Caracciolo. Dal terzogenito di Luca, Giovanni Antonio, la baronia passò al figlio Alfonso, il quale, non contento dello stato ereditato, comprò il feudo di Somma col titolo di duca. Questi partecipò a tutte le guerre combattute nel regno di Napoli, dalla discesa di Carlo VIII alla rotta data in Calabria a Lautreo, dalle truppe di Carlo V, rivale di Francesco 1 di Francia, dal quale il Duca di Somma era sostenìtore. Alfonso Sanseverino subì le conseguenze della confisca: ecco l'inventario della baronìa, devoluta alla regia corte nel 1530, che proviene da un documento dell'Archivio Generale di Simancas: "La tierra de Fiume Frido en Calabria cítra: esta tíerra fuè duque de Suma, concedíta (por el prince) a don Pero Gonzales de Mendoza; es tíerra murada sobre un monte: a la falda del monte le bate la mar q'es playa tiene trezientos fuegos y fasta seys millas de termine; tiene un bel castillo fuerte en un monteto solo al caboo de la tierra, que no sepuede entrar sino porpuente levadiza, que es una fuerte pieca Vale d'entrada al baron cad'ano mil cientoy cinquqnta y siete ducados".

Carlo V, nel 1535, destinò la terra di Fiumefreddo al viceré di calabria Fernando d'Alarcon, marchese della Valle, il quale si era distinto nell'impresa di Tunisi al seguito dell'Imperatore quando là si era portato per sottomettere Ariadeno Barbarossa, gran corsaro.

Costui, proclamato grand'ammiraglio dal Solimano, s'era impossessato del regno di Tunisi e s'era dato a luttuose scorrerie lungo la costa del Tirreno: conobbero tristi sventure - ad opera di Turchi, di Arabi, di Saraceni - anche gli abitanti di San Lucido e di Cetraro, a noi vicine.

Nel 1536, l'Alarcon provvide a rendere sontuoso, secondo lo stile del tempo, il castello di Fiumefreddo; inoltre fece innalzare fuori le mura di cinta del paese due torri di difesa, chiamate Le Golette, in memoria della vittoria ottenuta nella Goletta di Barberia.

Pietro Gonzales de Mendoza, altro valoroso capitano spagnolo, al quale Pietro de Toledo, vicerè di Napoli, aveva annullato la cessione della baronia di Fiumefreddo fattagli dal principe d'Orange nel 1528, sposò l'unica figliuola dell'Alarcon, di nome Isabella: al fine di tramandare le imprese degli Alarcon, i loro credi, con l'assenso di Carlo V, si chiamarono de Alarcon y de Mendoza. L'ultima erede del prestigioso casato fu, nel 1836, Angelica d'Alarcon y de Mendoza - Castillar - Caracciolo, principessa di Torella e già marchesa della Valle.

Il castello passò, poi, al barone del Giudice di Belmonte Calabro: oggi, i suoi discendenti ne sono proprietari. E' primavera! Ne siamo sorpresi al momento di avviare a conclusione queste notazioni. Intorno al castello si stende il sorriso della natura e lievitano motivazioni culturali appassionate: è un risveglio che dispone l'animo a meditare le memorie del passato e rinverdisce le speranze dell'avvenire.

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