Senatore della Repubblica XVII Legislatura

fiumefreddo bruzio

itinerario religioso
di franco del buono

Fiumefreddo Fiumefreddo

Chiesa Matrice. edificata sotto il titolo di San Michele Arcangelo nel 1540, è legata alla devozione di Fernando Ruiz d'Alarcon, marchese della Valle. Resa pericolante dal violento terremoto del 1638, nel successivo consolidamento si diede maggiore slancio alla navata, alla cupola ed al campanile attraverso la sopraelevazione della struttura muraria esistente, rendendola, così, idonea a sostituire, come sede arcipretale, la più antica chiesa di S. Maria della Torretta. Nel 1707, Lucrezia Ruffo, marchesa della Valle, assegnò alla chiesa, con suo testamento mistico, quaranta ducati annui in perpetuo per il maggiore incremento del culto. Presso l'altare del Purgatorio si può ammirare la tela del pittore Giuseppe Pasqualetti, raffigurante la Madonna col Bambino ed in basso le Anime del Purgatorio, opera dai colori caldi e pastosi alla Guido Reni. Altra pregevolissima opera, dipinta su legno da Pietro Negroni nel 1556, si trova nella sagrestia.

Chiesa dell'Addolorata o della Torretta: è la chiesa primigenia perché sorta intorno all'anno Mille a soddisfare le esigenze spirituali dei miseri nuclei familiari che diedero luogo alla fondazione di Fiumefreddo, una volta costretti ad abbandonare la colonia romana della contrada Cutura, distrutta dalle orde saracene. Più tardi, a sinistra del presbiterio, sorse la torre campanaria con la duplice funzione laico-religiosa: sfruttando la componente verticale, propagava il suono della campana a conforto dei fedeli, mentre, con la sua ampia vista al mare, costituiva una presenza attiva dando l'allarme nei casi di pericolo. Nella seconda metà del'300, sulla faccia della torre che guarda ad occidente, fu collocato l'orologio del tipo meccanico con battitori a martello. Nella chiesa, originaria sede arcipretale, Mons. Tommaso Calvi, vescovo di Tropea, istituì, nel 1598, un Monte di Pietà per sopperire alle necessità dei poveri e per estirpare l'usura. Nel 1794, molti devoti vi eressero la congregazione laicale sotto il titolo dell'Addolorata con le regole per il suo buon governo, e nel 1800, quando era priore Domenico Saporiti, si provvide a ristrutturare la chiesa al suo interno su progetto dell'architetto Gaetano Ioele. Si nota, oggi, come la decorazione a stucco risenta della pacata raffinatezza del gusto neoclassico, collocandosi l'opera nel periodo in cui il barocco si era attenuato nei movimenti aggraziati del Rococò.

Chiesa di Santa Chiara. consacrata nel 1552, ha un unico ingresso con il suo bel portale lavorato in pietra da maestranze locali, ma la sua tipologia è scarsamente assimilabile ai canoni artistici del tempo: si evidenziano, infatti, chiare reminiscenze quattrocentesche del tipo durazzesco, specie nei fregi che adornano le fasce mediane del fusto, chiuso dalle colonne. Nel restauro del 1957, furono sostituiti i malandati tufi della gradinata e si rese pure necessario rifare l'originario soffitto ligneo a cassettoni, che le infiltrazioni piovose avevano infradiciato. Notevole è il pavimento maiolicato del '700, come pregevoli sono i tre altari lignei e dorati, di ricco stile barocco. Munifica con le clarisse fu la marchesa Lucrezia della Valle, che gli altari fece erigere nel 1709, costituendo nella chiesa una cappellania col diritto di patronato. La chiesa subì la sorte della soppressione nel 1810 e rimase in abbandono, ma la riapri al culto il sacerdote don Vincenzo del Bianco, fornendola dei necessari arredi. Vi si possono animirare le seguenti opere: pala dell'altare maggiore, raffigurante la Vergine col Bambino ed in basso Santa Chiara e San Francesco d'Assisi, e quella dell'altare dell'Addolorata, che è raffigurata avente ai lati S. Lucia e S. Francesco Saverio, entrambe del pittore Giuseppe Pasqualetti, mentre di Francesco Solirnena è la terza pala dell'altare intitolato a San Nicola di Bari, nella quale è rappresentato il Santo nell'atto di risuscitare tre fanciulli.

Monastero di Santa Chiara. la sua edificazione si deve a Mons. Tommaso Calvi, vescovo di Tropea, per atto di fondazione formalmente perfezionato nel 1614, quando il vescovo era passato a miglior vita A consacrare il monastero, nel 1628, fu il vicario Mons. Sebastiano Militino, che vi accolse le prime "vergini nobili votate alprivilegio della povertà". Nella rivolta della Calabria contro l'invasore napoleonico, Fiumefreddo si sollevò il 30 giugno 1806, costringendo il generale Verdier a riparare in Cosenza, ma il il settembre il generale Ventimille espugnava di nuovo il paese e consentiva alla soldatesca di darsi al saccheggio. Così ne scriveva, da Amantea, il Preside Giovan Battista de Michele alla corte di Palermo: "La licenza contro le suore e di tutte le donne cbe si erano ricoverate per asilo in quel monastero, è inesprimibile, il sacco fu parziale-''. Quei profanatori, nel forzare l'ingresso del monastero, si trovarono davanti la badessa suor Candida Mancini, genuflessa ad implorarne il rispetto, ma a nulla valsero le sue suppliche perché cadde trafitta dalla spada nemica. Il monastero, soppresso nel 1810, fu devoluto al Patrimonio Regolare del vescovo di Tropea dal quale lo rilevò, nel 1830, Giacinto Zupi.

Chiesa di San Francesco di Paola: fu edificata a devozione di Geronimo d'Alarcon de Mendoza e della consorte Lucrezia Ruffo, nel 1709, a ciò ispirati per essere stati testimoni di un'esperienza mistica che aveva favorito il Beato Nicola Saggio da Longobardi, ricadente nel feudo di Fiumefreddo. Nell'area presbiterale, dirimpetto all'altare maggiore, si trova l'avello in cui riposa la spoglia di Pietro Gonzales de Mendoza, bisavolo del citato marchese; sulla lapide marmorea è inciso lo stemma del casato. Presso l'altare della Madonna del Carmelo è sepolto il pittore Giuseppe Pasqualetti; sua è la tela raffigurante la Vergine.

Convento di San Francesco di Paola. lo fondarono Cesare Garritano, sindaco, e la consorte Eleonora del Buono, i quali impegnarono il loro cospicuo patrimonio nell'atto stipulato col Provinciale dei Minimi, atto che fu accettato dal Capitolo Generale dell'Ordine nel 1623. Nel 1660, i devoti coniugi, prima che rendessero l'anima a Dio, posero all'interno del convento, a futura memoria, questa semplicissima iscrizione marmorea:

Caesar Garritanus et Domina Dianora de Bono coniuges Fundatores MDCLX.

Nel Capitolo Generale dei Minimi del 1710, come fondatore del convento, venne pure ascritto il marchese Gennaro de Mendoza, che fece costruire, a sue spese, un nuovo dormitorio. Il convento, soppresso con decreto di Gioacchino Murat del 7 agosto 1810, venne destinato, con altro decreto del 1814, ad uso di sede comunale. Nel 1855, per voto unanime della popolazione, il Decurionato, presieduto dal Sindaco Giovan Battista del Buono, deliberò di farvi ritornare l'Ordine dei Minimi. Il convento veniva, così, riconsacrato il 3 ottobre 1859 con una solenne cerimonia dal Provinciale di Paola, il Rev.mo Padre Benedetto Guidi, ma il 7 novembre del 1860 si concludeva la Spedizione dei Mille con l'entrata trionfale di Vittorio Emanuele in Napoli ed il convento subì di nuovo la soppressione in ordine all'art. 18 dello Statuto Subalpino. Infine, il corpo municipale rientrò in possesso del soppresso convento in esecuzione di una preveggente riserva inserita nel deliberato del 1855.

Chiesa di San Rocco e Cupola dípínta da Salvatore Fiume. la chiesa, impostata su di una base esagonale, sorse sulle rovine di una torre di avvistamento saraceno nella seconda metà del '600, in adempimento del voto fatto al Santo, che durante il dilagare della peste, aveva operato miracolose guarigioni. Nel 1976, risultando la cupola pericolante, fu rifatta a cura dell'Amministrazione comunale per consentire al pittore Fiume di dipingerla.

Io, che fui scelto a seguire il lavoro del Maestro, quando ci trovammo sulla piattaforma nell'estate successiva, lo vidi guardarsi intorno e segnare idealmente con un dito l'inizio e lo svolgimento dell'opera: l'arrivo di San Rocco in Italia e idealmente a Fiumefreddo nel momento in cui imperversava la peste. Al Poverello di Montpellier, in pellegrinaggio verso Roma nella prima metà del '300, la morte trionfante mostra lo sfacelo che essa ha seminato tra le creature. Le scene di dolore continuano lungo la curva che procede alle spalle della morte con riferimento alla peste descritta dal Boccaccio e con qualche immagine tratta dai Promessi Sposi, come la donna ormai celebre che "scendeva dalla soglia di uno di quegli usci". Nella composizione è possibile distinguere i monatti, la cui pietosa opera viene compiuta fino all'interramento inevitabile dei cadaveri.

Prospettive e particolari architettonici di case, di ballatoi, di strade, richiamano direttamente alla memoria quelli di Fiumefreddo, anche se utilizzati con libertà, resa necessaria dagli sviluppi compositivi.

La massa, molto agitata ed impietrita, raggiunge, nella composizione, la metà esatta della circonferenza della cupola. Qui, un'umanità, colpita dal flagello, protende le braccia verso San Rocco, affinché intervenga alla sua salvezza ed a quella dei propri bambini. In alto, una donna, affacciata al ballatoio, porge il figlio, ancora piccolo, nudo, nel vuoto, quasi a volerlo segnalare, in modo particolare, all'attenzione del Santo. Scoppia, a questo punto, un gesto straordinario di totale consapevolezza di San Rocco, che sembra ormai sicuro dì poter vincere sulla morte. il Santo è raffigurato completamente coperto di bende, quasi a voler attrarre su di sé il male che affligeva l'umanità che gli stava intorno. Una mano tesa, in un gesto energico, scaccia la morte, la cui fuga irreversibile è espressa in uno scheletro munito di falce in una corsa disperata. Qui termina l'atmosfera di tragedia, mentre contemporaneamente appare evidente la speranza.

In contrapposizione alle grandi scene di dolore, sull'ultimo spicchio della cupola, nel colore e nelle stesse immagini, si può notare che ritorna la vita. L'asse sul quale doveva congiungersi la composizione, veniva ad essere un albero, il quale, nel lato, ìn cuì è presente la morte, è senza foglie e con i rami bruciacchiati; nel lato, al quale si affaccia la vita, è carico di foglie e di frutti, come quello biblico del paradiso terrestre. Un riferimento evidente, al tempo stesso poetico e religioso, ad Adamo ed Eva, Fiume lo utilizza per riprodurre la stessa scena in modo giocoso, proprio allo scopo di sottolineare il contrasto con le scene di tragedia e di morte. 1 ricordi della cupola di Sant'Antonio della Florida, a Madrid, dipinta da Goya, qua e là, sono evidenti: del resto, Fiume mi aveva detto che sognava da molti anni di voler seguire di quell'opera l'insegnamento. Per la prima volta il Maestro aveva visto in un'opera religiosa sconvolgere la abituale iconografia sia negli atteggiamenti dei personaggi, sia nell'articolazione della composizione: all'infuori del Santo benedicente, le scene, che si svolgevano in tutta la cupola di Sant'Antonio della Florida, hanno un carattere popolaresco, in cui è sottolineata la verità dei sentimenti e non più la trasposizione catechistica, che aveva guidato le rappresentazioni sacre nelle chiese. L'ardore pittorico e quello dell'umanità implorante, nell'opera di Goya, crea un tutt'uno di assoluta novità ed a Fiume quell'opera fu da guida e di incoraggiamento a liberare da schemi consunti, anche se illustri, la rappresentazione di fatti trascendentali.

Chiesa di San Francesco d'Assisi: fu eretta fuori le mura nella seconda metà del '200, quando il regno di Napoli fu pervaso dallo slancio costruttivo sostenuto dall'attivismo religioso della Casa d'Angiò, al quale si ricollegò Giovanni de Flenis, barone transalpino di Fiumefreddo. Dal punto di vista artistico, la chiesa si colloca, nel suo originario sistema costruttivo, tra i pochi tesori monumentali della Calabria. Intatto si ammira il portale ogivale con le sue tre colonne aggraziate nel gotico maturo il suo arco contrasta con quello a tutto sesto che occupa la parte superiore della facciata, sovrastato da un rosone originariamente dentellato. L'aula, coperta a capriate a vista, accoglieva lo spirito gotico dell'ascenzionalità dello spazio. Vicino all'ingresso è la cappella di Sant'Antonio, manieristicamente rimaneggiata con arco e cornicione a tufo, coperta da una cupola a pigna, mentre sul lato, prossimo al presbiterio, s'apre la cappella dell'Immacolata, che evidenzia sovrapposizioni di stili diversi. Ma il vero pregio artistico della chiesa era costituito da due cappellette mediane, realizzate fuori del suo volume, ai cui angoli si notano tracce di antichi costoloni che sostenevano le volte a crociera, sorrette da quattro graziosi capitelli, e utilizzate come cappelle gentilizie dai feudatari di turno. Le differenze stilistiche riscontrabili, oggi, in altri due residui capitelli, malandati e corrosi, testimoniano del loro recupero nelle diverse ed originarie strutture, con sommaria utilizzazione nei vari rifacimenti. Nel 1806, intervenuta l'invasione napoleonica, la chiesa fu adibita a ricovero di quelle truppe, restandovi, così, soppresso il culto. Nel 1842 fu adibita a Camposanto provvisorio, ma rimase abbandonata nel 1877 quando si realizzò il Cimitero di Santa Serra. Nel 1908 l'Amministrazione comunale deliberò che si riattasse la chiesa per aprirla al culto della Vergine del Carmelo. L'annesso convento, invece, venduto a privati cittadini nel 1814, andò definitivamente distrutto ed oggi se ne possono osservare pochissimi resti.

Abazia di Fonte Laurato: già brevemente delineata, non resta, per essa, che trascrivere le note d'arte dal Toraldo (Fiumefreddo, note di storia e di alle, Tropea, 1927): «La chiesa è di una grande semplicità: un'unica grande navata senza soffitto in cui ammirasi la grande orditura del tetto in legno, come nei primi tempi dell'arte romanica, e termina con un abside avente il catino a volta. Un arco a tramezzo, a sesto acuto, senza piedritti, con in alto due finestrelle, indica ove termina la navata e incominci « a il coro. Il santuario è formato l'abside principale fiancheggiata da due absidiole secondarie, che sono due cappelle entrambe ricoperte da crociere e che servivano anche da sagrestia e di deposito di oggetti sacri. L'abside principale, costruita in blocchetti in tufo, presenta esternamente la sua curva semicircolare con due grossi contrafforti ( ... ) Sul fronte principale, è un rosone dentellato tutto scolpito in pietra. Vi è un narlece o porlico d'ingresso a tre arcate a tutto sesto, occupante, tutta la larghezza della fronte della chiesa. Esso era un tempo coperto da tetto in legname, che nei secoli appresso venne abbattuto per costruirvi un secondo coro. La porta d'ingresso è a sesto acuto contornata da cornice. Sull'intonaco di questo portico scorgonsi traccie di pittura di cui ho già fatto cenno in principio. Il sacro edificio è dominato da un campanile, diaframma con dueordini di archi Essosi libra svelto e severo sull'arco a tramezzo in prossimità del coro ( ... ) e termina con un frontone a due spioventi (. « Accanto di questo sacro edificio sorge l'a ntica dimora dei monaci: il convento dell 'abate Gioacchino. La struttura muraria accenna a parecchie epoche di costruzione: così una palle del chiostro ha degli archetti a serio acuto e una parte a tutto sesto. Presso l'antico refettorio è una porta a sesto acuto coli stipiti e arco sagomati. L'abazia, soppressa il 13 febbraio 1807, venne acquistata, nel 1813, da Camillo e Clemente Mazzarone.

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