Senatore della Repubblica XVII Legislatura

fiumefreddo bruzio

mitologia e storia

Fiumefreddo Fiumefreddo

Nella valle Cent'Acque, in una cornice di mirabile verde, tra il gorgoglio delle fresche e purissime acque, leva al cielo i suoi secolari pregi artistici l'abbazia di Santa Maria di Fonte Laurato. Ad edificarla fu, nel 1201,, il normanno Simone de Marnistra, signore di Fiumefreddo e governatore della Valle del Crati per Federico Il di Svevia, che ne fece donazione a Gioacchino da Fiore, il sostenitore della dottrina sui periodi o "status mundf'. L'abate muore in odore di santità nel 1202, e, nella luminosa valle, dove si celebra la sua chiaroveggenza profetica, risuona l'eco dell'antifona che intona la comunità florense di Fonte Laurato, guidata dall'abate Benedetto: "Beatus joacbim, spiritu dotatus prophetico, decoratus intelligentia, errore procul baeretico, &xit futura et presentíd'. Questa eco, dall'offizio dei Florensi, rimbalzerà di cronaca in cronaca per culminare nel poema dell'Alighieri, che, nel XII canto del Paradiso, in mezzo alla corona degli spiriti splendenti, tra i quali rifulgono i maggiori teologi, a lato di San Bonaventura, pone Gioacchino da Fiore: ', ... e lucemi da lato il calavrese abate Giovacchino di spirito profetico dotato..."

Se ti preme esplorare la terra dei Bruzi, in particolare la sua Costa Merlata, vergine e misteriosa, dove il verde delle colline si salda col mare, non potrai sfuggire all'incantesimo della faccia primitiva e selvaggia di Fiumefreddo Bruzio, rupestre angolo remoto, ammantato di edera, di storia e di filosofia. Sarai richiamato dal canto sommerso della musa, assisa sul ciglio dell'abisso: Dai monti, dalpíano sospesa sempre tra cielo e mare Fiumefreddo t'appare. Né resistí al suo richiamo! V'accedi per porta d'Oriente e s'apre al tuo cuore e rischiara la mente. Non è uno dei tanti il mio paese! IS- cumulo di macerie umane che si dipanano a guisa di gomito di sogni, docili al rimpianto e sempre evanescenti senza ritorno. E l'invito a sostare per ammirare le attraenti bellezze naturali del paese e per scorrere la sua tipologia medioevale. Tra macerie ed opere ancora esistenti, sorte dal 1200 al '700, sintesi di storia e d'arte sono: il castello, la cinta muraria con le sue porte, le torri di guardia sparse sulle colline e sulla costa, l'abbazia di Fonte Laurato, le numerose chiese ed i loro portali, il palazzo Pignatelli, le diverse dimore signorili.

Ed ecco la Torretta, l'incantevole veranda (m220) che si affaccia sul mare: qui si respirano intensi odori di alghe. Si osserva il Tirreno, già Lametico da Lametia per Aristotele, Nepetico da Nepetia per Antioco, Ipponiate da Ipponio per Tolomeo, Terineo da Terina per Plinio, per tutto quel seno che, da Capo Vaticano, si estende fino a Capo Palinuro. A sud, si scorgono le coste settentrionali della Sicilia, e sulla linea dell'orizzonte, emergente dalle acque, il gruppo delle isole Eolie o Lipari con il cratere fumante dello Stromboli. E, questo, uno dei più vasti e deliziosi panorami di Calabria, ed offre al visitatore che ha "desto l'ingegno, dotta la mente ed il cuore caldo di filosofia", una integrale divagazione mitologica, leggendaria e storica. Narra, infatti, la tradizione che, nel 2000 a. C., la Calabria e la Sicilia formassero un unico territorio, e là, ove si osserva l'immensa distesa delle acque, esistesse un'ubertosa pianura, ricca di città e di pascoli. Più tardi, un violento cataclisma (crisi atlantica), aprendosi un varco nella costa arginante di Abila o Calpe, città adombrata dal mito, si abbatté sul fiorente piano. L'inondazione sommerse edifici ed armenti e mutò l'aspetto naturale del territorio, del quale le isole Eolie non sarebbero che miseri avanzi. Fu, allora, che gli indigeni abitatori di quelle contrade, scampati al disastro, si rifugiarono sulle terre che rimasero fuori delle acque: gli Ausoni, i Brezi, i Morgeti.

Si vuole che gli Ausoni, sul Timpone dell'Aria, il colle che si eleva a nord della Torretta, edificassero l'antica Temesa dei Bruzi. Di essa la prima menzione la offre Omero nella sua Odissea, laddove, introducendo il tafio Mente, che veleggia alla volta di Temesa per commutare un carico di ferro con altro di rame, così canta:

" ... Io Mente esser mi vanto figliuol di Anchialo bellicoso e ai vaghi del trascorrere il mar Tafi comando; con nave io giunsi e remiganti miei, fendendo le salate acque ver gente d'altro linguaggio, e a Temesa recando ferreo brunito per temperato rame, ch'io ne trarrò..."

Questa importantissima colonia greco-italiota era famosa per il commercio, come più a sud la vicina Terina era rinomata per lo spirito guerriero. Più tardi, Erodoto, Tucidide, Livio, Ovidio, Strabone ed altri storici e geografi antichi, studiando la regione bruzia, si interessarono alla colonia di Temesa. Più preciso è Strabone, che di essa scrive: "A Lao prima urbs Bretiae Temesa, quamAusoní condiderunt. Nostraeautem aetatis bomínes Tempsam etiam vocitant". E, se per il geografo della Cappadocia, Temesa era colonia degli Etoli, guidati da Toante, secondo la fonte di Licofrone essa era, invece, colonia dei focesi Schedio ed Epistrato, nipoti di Naubilo, i compagni dei quali " ... in Italiam (Bretiam) pulsi, Tenisam incoluerunt, quae cívítas est Calabilae, quae generosum aurum habet". Nelle sue officine minerarie venne fabbricata la scure di bronzo d'Artemisio con una epigrafe greca del VII secolo avanti Cristo. Tanti preziosi lavori i Temesani celebravano nella loro numismatica.

Si tramanda che Ulisse, dopo la distruzione di Troia, vi approdasse. Infatti, "presso Temesa - lo scrive Strabone - v'è, circondato da ulivi selvatici, il sacello dell'eroe Polite, compagno di Ulisse, che, ucciso a tradimento dai barbari (i Bruzi), divenne tanto desideroso di vendetta da obbligare gli abitanti a pagargli per volontà di un oracolo, un tributo, dando così origine al triste proverbio quando si voleva parlare di un popolo sfortunato: v'è entrato l'eroe di Temesa". Ma la colonia, che, intanto, era stata assoggettata da Locri, un giorno vide approdare ai suoi lidi il pugile locrese Eutimo, reduce secondo Pausania - della vittoria ottenuta nella Olimpiade del 472 a. C., il quale s'invaghì della fanciulla che stava per essere sacrificata nel tempio (in questo consisteva l'annuo tributo), ed ebbe l'audacia di lottare con lo spettro di Polite e lo vinse, costringendolo a gettarsi nel mare della rupe del paese.

Temesa riappare durante la seconda guerra punica quando prese le parti di Annibale, che fu costretto a distruggerla, non potendola più difendere, per non farla cadere in potere dei Romani.

Quest'ultimi, nel 194 a. C., la ricostruirono fissandovi una loro colonia. Poco a valle del Timpone dell'Aria, nel campo agricolo conosciuto con il toponimo di "Piano della Corte", diffuse sono le tracce di archeologia romana dell'età imperiale, che testimoniano della esistenza della colonia civium romanorum.

n essa - seguendo l'autorità di Cicerone - si rifugiarono bande di schiavi rivoltosi all'epoca della insurrezione servile di Spartaco (73-71 a.C.).

Con l'avvento del Cristianesimo, Temesa abbraccio la nuova religione e fu sede vescovile. La sua diocesi comprendeva Nepetia (Amantea), Terina (Nocera Terinese) e Tyllesium (Aiello). Plinio vanta la qualità dei suoi vini- gli itinerari ne registrano il nome: Temesa sparisce dalla storia e dalla geografia al tempo delle invasioni saracene, dopo che i Longobardi vi fissarono i confini meridionali del ducato di Benevento, e, poi, dal principato di Salerno.

Provati da quest'ultima rovina, i Temesani superstiti finirono con abbandonare quelle macerie fumanti e risalirono il colle opposto alla valle del Fiume di Mare, che scelsero a loro dimora. Ma essi non ripresero il nome di Temesa (ricordava le molte sventure); denominarono, invece, la nuova colonia -Frigidium-, in omaggio alle limpide acque del Freddo, (ora Fiurne di Mare). intorno al Mille il paese venne detto "Flumen Frigidum": solo nel XIX secolo, dopo l'unificazione d'Italia, Fiumefreddo ebbe l'attributo di "Bruzio".

Una volta abbandonata la colonia omerica, gli abitanti di Fiumefreddo non tardarono a riprendere le tradizionali attività commerciali: prevalente continuò ad essere quella mineraria Il porto di Fiumefreddo, già esistente presso l'antica Temesa, facilitava i loro scambievoli traffici nell'area del Mediterraneo. L'approdo avveniva nella gola del Castiglione, al tempo invasa dalle acque del Tirreno, che s'incontra rimontando il Fiume di Mare per un chilometro dalla foce. Il porto di Fiumefreddo è ricordato in un documento del 1276 nel quale è descritto il naufragio di una nave denominata "Sanctus Nicolaus', diretta a Tunisi e condotta da mercanti pisani.

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